SABATO 18 OTTOBRE 2025 | Milano Parco Nord
Nel mito antico interroghiamo uno specchio sapiente e vivo, un racconto originario ricco di insegnamenti sulle nostre passioni che va ascoltato con attenzione e a cuore aperto, sentendo le sue risonanze nella carne della nostra vita e di quella dei nostri tempi.
Albero Madre | Quando il sacro si perde e la fame non si sfama | dal mito di Erìsittone | uno studio teatrale, che sta prendendo forma con le allieve del terzo anno di Sacro Fuoco, il nostro corso di formazione al TeatroNatura®. La vicenda di Erìsittone emerge dalle origini della nostra cultura come tagliata su misura per i nostri tempi e gli angosciosi problemi che li agitano. La dea Demetra custodisce amorosa un boschetto selvatico che si espande nel libero intreccio di disparati viventi. Il boschetto non ha neppure un nome e non è stato mai profanato dalla scure. È un bosco sacro. L’empio Erìsittone vi irrompe con una squadra di suoi uomini muniti di accette. Senza nessuna remora abbatte un’immensa quercia secolare attorno alla quale danzano e scherzano le ninfe del bosco e alla quale gli umani vanno ad affidare le proprie speranze. La punizione della dea Demetra per il sacrilego è tremenda: una condanna che sembra risuonare ancora e sempre più nel nostro scriteriato sistema di vita.
La performance si articola attraverso l’uso di due linguaggi espressivi. Nel primo una narratrice evoca, nel flusso vivido e nitido del suo racconto, i personaggi, le atmosfere e le vicende del mito antico. Nel secondo un coro femminile, guidato da una corifea, danza e canta il dolore di un mondo selvatico profanato e di una vita umana devastata dal desiderio insaziabile. Il racconto e la danza polifonica sono due facce di una stessa medaglia che ci mostrano una straziante dimensione umana allo snodo cruciale di un’epoca, la nostra. Attraverso l’azione artistica, l’umano può restare aperto all’ esperienza meravigliosa di scoprirsi vivo, liberamente intrecciato agli altri viventi condividendo la sacralità di una casa viva, comune.
Fotografia di Sara Gobbo
